La Chiave dell’Assistenza – di Giorgetta Dorfles

Sotto la descrizione accattivante di Casa di Riposo bisogna vedere che cosa attende veramente l’anziano. Anzitutto lascia un ambiente familiare, pieno di oggetti personali densi di ricordi, per essere proiettato in una casa comune, circondato da sconosciuti, in un nuovo habitat dove dovrà orientarsi con difficoltà e, soprattutto, privato di uno spazio abitativo esclusivo, dove trascorrere i momenti più intimi e dedicarsi alle quotidiane attività domestiche, utili per mantenersi in attività. Per far fronte a questo impatto iniziale è fondamentale che gli operatori stabiliscano un piano assistenziale personalizzato, che possa coinvolgere l’anziano e indurlo a cooperare, in modo da stabilire dei contatti sociali che lo integrino nel nuovo contesto, ma anche per mantenere un’esistenza indipendente dal punto di vista fisico, finché le sue condizioni lo consentono. Il punto di partenza sarà la conoscenza della storia pregressa dell’ospite, da cui dedurre gli interessi e le aspettative che possano ancora alimentare il suo desiderio di vita, e quindi offrire le opportunità necessarie per raggiungere il livello ottimale di autonomia, pur dentro l’Istituzione. È dunque fondamentale che l’operatore si sottoponga a un intervento educativo che gli insegni a esercitare ascolto e comprensione, facendosi guidare nella relazione con l‘anziano dall’intuizione e dall’empatia.

Dovrà anche fare esercizio di pazienza e di tolleranza, perché i rimbrotti e le critiche possono solo aumentare il senso di umiliazione di un anziano privato, in maniera più o meno grave, della sua autosufficienza. Occorre infine che cambi i propri ritmi di vita, perché è l’operatore che deve adeguarsi al tempo rallentato del paziente, e non viceversa. Ci sono delle parole ambigue che definiscono il microcosmo della Casa di Riposo: innanzi tutto ospite, è un termine che indica qualcuno accolto fuori di casa propria, che deve accettare con gratitudine e senza fare obiezioni quanto gli viene offerto, senza pretendere altro. Nella parola è inclusa quindi una limitazione sociale e psicologica, che la dice lunga sui possibili esiti di questo ricovero. Altra locuzione, usata per i momenti di svago, è animazione: il significato che si trova sul vocabolario attiene alla movimentazione di disegni o di marionette. Questa attività, di cui tanto ci si fregia in queste strutture, è proprio un modo per rendere gli anziani dei burattini, manovrati dai fili gestiti dagli operatori, che li inducono a fare dei giochi buoni per i bambini, come disegnare, costruire pupazzetti di carta, battere le mani in segno di approvazione. Altra cosa sarebbe l’attivazione, individuando delle strategie che offrano degli stimoli per infondere vita e vivacità, per migliorare le attitudini già insite nell’anziano e le sue capacità cognitive, incrementando le relazioni fra tutti i membri della comunità.

E’ importante coinvolgere gli ospiti con qualche mansione da svolgere, rendendoli partecipi dell’organizzazione di feste e momenti di intrattenimento, affinché non restino spettatori passivi di un’iniziativa imposta dall’alto. Più l’anziano si sentirà accolto in un clima sereno e gratificante, migliori saranno i risultati degli interventi riabilitativi, più si porrà l’accento sulle sue capacità residue e meno gravi saranno i processi di regressione. A questo proposito bisogna stare attenti a non lasciare acceso tutto il giorno il televisore nel soggiorno centrale, magari con programmi di nessun interesse: questo produrrebbe un fastidioso rumore di fondo e un effetto soporifero, che favorisce l’intontimento.

Per concludere, vorremmo indicare un principio cardine a cui riferirsi nella gestione di queste strutture, che si può condensare in poche parole: “Non si vive per essere assistiti, ma si è assistiti per continuare a vivere”.

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1 Comment

  1. Franca Stiastny

    Parole verissime peccato che pochi sanno la vera differenza e l’unica preoccupazione è il cibo

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